La Domodossola di Alessandro Giozza - Giozza-artistapittore

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La Domodossola di Alessandro Giozza

Giozza


OMAGGIO A DOMODOSSOLA

" LA DOMODOSSOLA DI ALESSANDRO GIOZZA "
DIPINTI DI ALESSANDRO GIOZZA
TESTI DI FRANCESCO ZOPPIS

%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%



Poiché, come ebbe a dire recentemente uno scrittore, ciascuno di noi porta dentro di sè il suo fanciullino antico, è naturale che anche Alessandro Giozza soggiaccia alla regola. L'importante è che il "fanciullino" che è dentro di noi, non venga mortificato o corrotto dall'età adulta.
Quello che Giozza si porta dentro ha l'anima che ancora respira di ricordi e di affetti dei tempi della prima età del pittore, il quale - benchè nato a Vocogno di Craveggia, in Valle Vigezzo, nel 1939 - fu portato a vivere ed a crescere in Domodossola.
Fu un fatto secondo natura quindi che ad Alessandro Giozza, che oggi vive e dipinge in Druogno, si sia affacciato quel tale bimbetto ad imporgli, come un imperativo affettivo, di narrare con il pennello tante piccole grandi cose della sua patria «di transito": scorci e visioni di Domodossola appunto, della città vecchia che più gli era usuale nelle sue scorribande giocose di fanciullo, e dei suoi dintorni.
Quando l'artista mi chiese di postillare le diverse immagini della raccolta che qui presentiamo e da dedicare alla Città - una chiosatura di visioni cittadine, non già della sua opera in sè e per sè - dopo breve esitazione, accettai: per la simpatia, che subito mi captò, verso l'uomo, perchè anche a me - che domese non sono - la città ossolana è consueta fin dalla infanzia ed è una consuetudine che si è tramutata in affetto.
Nelle mie notazioni non v'è cenno di critica darte: non presumo di esservi, nè aspiro al ruolo di critico d'arte. Ma del pittore, già allievo di Tullio Giovenzani di Milano, ebbero occasione di trattare in diversi, specie con riferimento alle sue "personali": accenniamo a G. Bacchetta, a T. Bertamini, a D. Conenna, M. De Filippi, M. Carloni, A. Mirarchi, G. Torti ed altri.
Citeremo qui solo un giudizio di T. Bertamini: « Quello del Giozza è un linguaggio semplice, ma ricco di contenuto, genuino e sincero. fi una visione poetica, che egli filtra attraverso il paesaggio o la natura morta, per lo più gioiosa o velatamente triste, raramente drammatica... Per questa sua genuinità e sincerità, per la franchezza e semplicità del linguaggio, per il vigore con cui egli sa esprimere il suo mondo, l'arte pittorica del Giozza è vera poesia, vera poesia umana che sa cogliere e comunicare l'anima delle cose ».
Ed ora voltiamo pagina, scorriamo questi altri fogli che ci riproducono la Domodossola di questo pittore vigezzino che ama definirsi ossolano, con il suggerimento di guardarle ed osservarle con quello suo stesso amore per la città.
Francesco Zoppis

Domodossola l'antica Oscella Lepontiorum, è sita sopra una formazione alluvionale, fra il torrente Bogna ed il fiume Toce, a 271 metri di altitudine. Alla città convergono, e da essa si diramano, le vie di Valle Bognanco, Divedro, Antigorio e Formazza, Valle Vigezzo; vi transitano la ferrovia e la strada internazionali del Sempione; vi fanno capo la ferrovia italo-svizzera Domo-Locarno e quella proveniente dal capoluogo provinciale, la Novara-Domodossola.
La città ha storia assai antica, spesso tormentata per invasioni barbariche medioevali (il luogo è una delle porte d'Italia), e causa di lotte di predominio feudali tra i conti-vescovi di Novara ed il ducato di Milano, da cui poi anche le lotte di fazioni fra Guelfi e Ghibellini, identificabili in genere - sebbene non sempre - rispettivamente con i partiti degli Spelorci e quello dei Ferrari.
Ma questa stessa storia trova scritte pagine gloriose nel lavoro e nel commercio ossolano, ed anche nelle lotte per la libertà, come quella della Resistenza che vide Domodossola capitale della libera Repubblica Ossolana. Attualmente Domo conta 20.604 abitanti e si è grandemente dilatata nel corso degli ultimi decenni, ma pure custodisce il suo cuore antico, il centro storico, quello che Alessandro Giozza ci ha qui ritratto per scorci e particolari.

 
Verso la luce.


    Ritrovare il cuore antico di una città
è scoprirne le ragioni - altrettanto antiche
di sua vita.
    Domo è nata punto di incontro
di strade, di genti, di tribù;
è cresciuta in intensità
entro un ristretto perimetro, spingendo le sue case
verso l'alto, emergenti nel cielo
con composita gara di geometrie:
robuste torri, obliqui piani pietrosi di tetti,
esili comignoli
che hanno radici profonde entro le dimore degli uomini.
    Ad esse danno fiato:
e da quel profondo aspiranoe
e portano su, che si spanda sopra tutta la comunità,
calore, parole, affetti, dolcezze ed amaritudini.
    Il cuore di una città
sta nelle case degli uomini!



Quattro passi

Paolo 10 Della Silva (XV-XVI sec.) di nobile famiglia che aveva case e beni in Crevoladossola, fu condottiero di Francesco 1° di Francia. Partecipò alla celebre battaglia di Pavia. Iniziò la costruzione del Palazzo, che da lui prende il nome, nel 1519; è quella parte di costruzione che dà su via Paletta. Il Palazzo è in stile rinascimentale, ma fu ampliato dal pronipote Guglielmo Della Silva nel 1640, con presenze stilistiche quindi non più prettamente originarie. Vi è ripetuto a dovizia il motto della famiglia Silva: «Humilitas alta petit".


    Paolo Della Silva,
Capitan Paolo,
il tuo nobile palazzo si aderge
- vuoto e senz'anima - dimora di morte cose,
di poco discosto da queste fatiscenti case che pur restano dimore
di uomini vivi.
    Di poco discosto, s'aderge il tuo palazzo
e pure, nella sua alterezza, da esse così lontano!
    Nè vale a salvarlo dalla solitudine
il ripetuto monito sculto sui marmorei davanzali
per il quale, chi è piccolo, tende all'alto!
    La gente minuta non gli bada e passa,
distratta da altre cose,
affannata per tante pene,
per gli stretti vicoli che videro
il fiero incedere di splendidi cavalli
gravati dalla soma di nobili cavalieri.
    Ora per quei vicoli
in stridio di gridi corrono i bimbi,
sciamando da ingressi che già furono gentilizi
e corrono verso il sole: i piccoli tendono al sole.




La piazza del mercato

È la parte meglio conservata - e rappresentativa - della città vecchia (ma poco lontano vi è l'antico convento francescano, il Palazzo di S. Francesco, della cui chiesa si mettono in luce la gotica eleganza originaria). Piazza Mercato ci richiama l'idea di un chiostro; i colonnati con portici che la circondano sono vari per età di costruzione, e quindi per stile

    I ligustri,
dai rami come stecchi,
che hanno le radici costrette nella poca terra di questi vasi
e foglioline innumerevoli percosse dalla pioggia;
la donna,
che contempla la vetrina della boutique,
ecco, solo loro respirano e palpitano
entro la teca di pietra di Piazza Mercato.
    La pietra porta il marchio nostrano
dello scalpello e del mazzuolo ovunque:
sui marciapiedi,
nelle colonne e nei capitelli,
sulle architravi e fin sui tetti.
    Molti sono i secoli scorsi sulle case
di Piazza Mercato
ed essi le hanno bulinate,
segnandole di vecchiezza.



Verso Via Briona

La "campana del burro" di cui si fa cenno nel testo a seguito venne ceduta verso il 1805, al tempo della demolizione del Pretorio per dare luogo alla strada napoleonica, al campanile di Viceno, ed in seguito fusa.

    C'era una volta, qui in Piazza Mercato,
un nobile edificio dell'età comunale
che era chiamato Palazzo Pretorio,
che era come dire
palazzo della Comunità
denominazione più sostanziata e sostanziosa
che "Palazzo di Città".
    Poggiava su colonne ed archi,
aveva sala di Consiglio di credenza cui accedevano,
per cura delle loro mansioni,
consoli e credenzieri, canevaro e notai.
    Anche un ristretto arengario aveva,
sporgente da una facciata
e da cui il sabato, giorno di mercato,
il banditore proclamava gli ordinamenti al popolo.
    Sopra il tetto s'alzava una torretta
ed in quella era custodita una campana,
la campana del burro era anche detta,
perchè segnava con il suo tocco
l'apertura della vendita del prodotto.
    Ma suonava anche per eventi solenni
o per tragedie, o pericoli incombenti.
    Poi, quando Napoleone volle la strada del Sempione, questa, che proveniva dalla pianura, fu fatta transitare
per il centro della Città,
dalla quale usciva proprio qui,
per via Briona.
    Si volle dare spazio a questa via:
il Pretorio fu demolito, la campana andò dispersa.



Sotto i portici

Vi sono capitelli che portano in fronte stemmi di antiche famiglie ossolane: De Rodis, Silva, Da Ponte e Ferrari e reggono archi di fattura romanica e gotica, meno quelli - assai più recenti - che sorreggono il Teatro Galletti.

    Sono stanche le colonne di Piazza Mercato,
per l'età
e per la fatica di reggere tanto peso
che sopra sta.
    Le avevano poste li - a decenni, a secoli cli distanza,
consorelle aggiunte a consorelle -
come tanti steli di pietra
ed erano fonte nei capitelli
nella speranza di una crescita,
libera gaia e felice,
su verso il cielo ad immergersi
nel folgorìo del sole.
    Si spense la speranza nell'impegno
di reggere il peso a loro imposto.
    Sono stanche le colonne di Piazza Mercato!



Giorno di mercato
Sul fronte di un portico sta questa lapide:
BERENGARIO l
CON DIPLOMA XIX DICEMBRE DCCCCXVI
ACCORDAVA IL DIRITTO
DI APRIRE IN QUESTO COMUNE
NEL SABATO DI OGNI SETTIMANA
IL MERCATO.
Posto a ricordanza 1891.
La notizia è dagli storici contestata.


    Nella sagra, che si rinnova ogni sabato,
garriscono colori che sono
palpabili stoffe e maglie e tessuti,
tendaggi e tovaglie e vestiti,
pizzi e merletti . . .
  Garruli, suadenti, aggressivi sono i merciaioli;
ma sta oculata e meditabonda la donna
prima di far la spesa.
    Non è per il viandante frettoloso la piazza
nei di' di sabato,
quando si rinnova la sagra del mercato,
ove si celebrano i riti millenari ed universali
della domanda e della offerta,
della suasione e del plagio,
dello spendere, del risparmiare, dell'incassare.
    Resta - al di fuori ed al di sopra di tutto -
er la gioia degli occhi,
la festa del colore.



Solitudine

Proprio lì, di fronte al Teatro, sta il Palazzo Mellerio, ora sede di Pretura, un tempo Collegio Mellerio. Una lapide ricorda la figura del Conte ed un'altra sta a ricordare quella di Antonio Rosmini, che qui fece nascere il primo nucleo della sua "cittadella degli studi".
Davanti il fabbricato la breve piazzetta è dedicata al Mellerio stesso e su altra casa è ricordato il poeta ossolano "Torototela", Giovanni Leoni, ivi nato nel 1846.

    Sola, con il suo pensiero, e con l'ansia
della meta da raggiungere;
sola, con la sua fretta
sulla neve che si è fatta ghiaccio.
    Chi sa:
l'ingoieranno i portici del Teatro
o volterà verso il mercato delle verdure,
o svicolerà giù per via Mellerio?
    Dietro le vetrate dei bar e osterie "vecchia Domo"
sono odori e vapori di calde bevande.
   Nascono i primi approcci:
fra i mattinieri s'intrecciano colloqui
magari banali: il tempo, le nere cronache del giornale,
il governo e la vita della città.
    Colloqui forse banali ed ovvii,
ma sono l'anestesia contro la solitudine.



Antico portone

Casa Chiossi. Su altro lato della casa è posta una lapide a ricordare come in questa casa fu sovente ospite Antonio Rosmini. Il riferimento a "Conte di Somalia" si rifà alla onorificenza tributatagli per la sua attività coloniale in Africa. Il Chiossi donò alla città una ricca collezione etnografica di quei luoghi, collezione conservata ai Musei Galletti.

    Questa è casa Chiossi.
    Per altro lato essa dà
sui piazzale della chiesa:
la monumentale collegiata si innalza
contro uno sfondo di splendide montagne
fra il Crogna ed il Cistella.
    Tempi passati: il Conte di Somalia
ha aperto il portale ai notabili domesi
che lo stanno ad ascoltare:
egli narra di gesta, di genti,
di piante e d'animali
dell'Africa lontana, del Benadir e dell'Eritrea.
    Lo stanno ad ascoltare gli ospiti con ingenuo orgoglio
di ultimi arrivati
ad avere la seconda casa
al di là dei mari.
    Ma intanto qui, nell'apertura dell'usciolo,
sta la serva con l'amica a confabulare:
lavano i panni a mezza la città!



Vecchi ballatoi

Questa casa è sita in Via Palletta, proprio di fronte alla "Corte dei marmi" di Palazzo Silva, una corticella che merita una visita per i reperti archeologici in essa custoditi.

    Una donna ha steso,
alla molta aria che passa, al poco sole che entra
in via Palletta,
dei panni ad asciugare.
   Anche tu vi passi, ma non li vedi,
come non t'accorgi - lo sguardo fisso a terra -
dei ballatoi che stanno sopra il tuo capo,
e tanto meno degli abbaini e degli alti comignoli
che di sole e di luce ne prendono tanta.
    C'è tutta una vita, recondita e pudica,
che sfugge ai nostri sguardi,
al di sopra del nostro capo,
e che non viene ferita
dalla nostra curiosità.



Via Giacomo Mellerio

Della biografia di G.G. Mellerio, cui è dedicata la via, si dice nella pagina a seguito. La Via parte da Piazza Mellerio e scende in Via dei Guelfi.

    Questa è una brevissima biografia
del Conte Giacomo Mellerio.
    Egli nacque in Domo, in via Paolo Della Silva,
di fronte alla chiesa di S. Giuseppe,
dal Dottor Carlo Giuseppe
e da Rosa Sbaraglini di Oira.
    La famiglia originaria dei Mellerio
è di ceppo maleschese.
    Rimasto orfano di padre ancor fanciulletto,
fu educato in Milano da uno zio. Nel 1803 sposò la contessa
Elisabetta Castelbarco, ma dopo sette anni ne rimase vedovo.
    Morto lo zio venne in possesso di una eredità
valutata in dodici milioni di lire del tempo.
    Ma gli erano morti due bambini piccolini
e la terza gli morì all'età di dodici anni,
quand'egli era già vedovo.
    Ricco ed attivo, conservatore in politica,
ma amante del popolo e del progresso,
fu prodigo nel soccorrere
i bisognosi con opere benefiche
e amò ed incoraggiò le lettere e l'arte in genere.
    Di sua sostanza è il primo nucleo
per le porte in bronzo del Duomo di Milano.



Raggio di sole in Piazza Fontana

Itinerario: da Piazza Mercato per Via Giavina, Via Carina: e si è nel vivo della Motta.

    Se vai alla Motta,
non ti sfuggirà alla vista
quella fontana di pietra
che nello scenario di decadenza che la circonda
assume nobiltà monumentale:
oh, una modesta nobiltà di fattura
e così usuale agli occhi dei domesi
da divenirne oggetto di affetto
e punto di riferimento sociale
per indicare una parte di città
tradizionalmente popolare
- la Motta appunto con Piazza Fontana -
contrapposta a quell'altra che le sta accanto
- Piazza Mercato ed adiacenze -
che è definita borghese.



Particolare alla Motta.


    Allorchè il popolo domese
- cittadini modesti e notabili -
ebbe raggiunto autonomia, se non indipendenza
e riscatti da servità feudali,
ed ebbe regolata la convivenza civica
in civici statuti,
allora sorse il pericolo interno
del prevalere di potenti famiglie
in un tentativo di signoria,
che è il primo passo verso la tirannide.
    Ma - scrive il Bazzetta -
"l'uguaglianza e la Motta del popolo"
frenavano le ambizioni e le perverse azioni.
    Ecco, se ci è lecito individuare nel vocabolo "Motta"
la forza politica popolare domese,
ne deduciamo che essa denominazione sta ragionevolmente
ad indicare il luogo di tradizionale residenza
di quello stesso popolo



Decadenza

Ex Vicolo Cistella, ora Piazza Chiossi, quasi di fronte a Palazzo Silva. Il Monte Cistella, una delle più belle e note montagne ossolane, che guardano alla catena delle Alpi Lepontine e sul piano. Ha una configurazione tutta particolare che lo caratterizza tanto diverso dalle circostanti montagne. Il tavolato che gli sta alla sommità prorompe con tre rilievi: il Cistella Alto (mt. 2880); il Como del Cistella (mt. 2688); il Pizzo Diei (mt. 2906).


    Dietro il volto desolato di questa antica casa
che guarda su Piazza Chiossi,
ove il sole dei mezzodì estivi
affoca l'aria,
e la neve calpestata fa ghiacciato pavimento nell'inverno,
vive e formicola - in calda umanità -
la povera gente che non trova posto
neppure negli alloggi popolari
della lucida città.
    Su altro lato, a destra di chi guarda,
questa dimora, che già fu patrizia,
presenta balconi e portali in penosa decadenza:
stanno i panni ad asciugare
sui parapetti di ferro battuto corrosi dalla ruggine.
    E poi,
estraneo linguaggio nel confabulare di donne
e chiasso di bimbi non tocchi
dalla povertà del luogo
nella loro innocenza.



Via Paolo Silva.


    Sta scritto, inciso in una lapide murata sulla fronte di una casa
che collega Piazza Chiossi con Via Silva:

IN QUESTA CASA DE' SUOI
IL 12-IV-1834
nacque
ENRICO BIANCHETTI
STORIOGRAFO - ARCHEOLOGO
INSIGNE
M. IN ORNAVASSO IL 31 - VIII - 1894

    Ci reca la scritta
un trasudare di usi e costumi
di quella composta saggezza di uomini esemplari per i quali possedere agiatezza e tempo libero dagli affanni, che assillano
il vivere quotidiano della povera gente, significava operoso impegno e non protèrvia e pirateria.



Vecchia cantina

L'abitazione in cui è ospitata questa vecchia cantina è ancora entro il perimetro pentagonale della vecchia città, che
seguiva in linea di massima la spezzata: Castello (il "castrum novum", che era sito ove ora c'è il Caffè Universo) - Via
Marconi - Via Monte Grappa - Via Bognanco - Castello. Si può ragionevolmente supporre l'esistenza, nell'antico borgo, di
popolazione che avesse una sua attività ed abitazione entro la città, e che nel contempo coltivasse poderi fuori delle
mura.


    Sarà stato il fondaco di un mercante?
    O la più modesta cantina di un artigiano domese
che, lasciata bottega nelle ore meridiane,
o prima di andarvi - nelle ore mattutine -
usciva fuor delle mura della città
ove teneva vigneto
ed il porco nello stabulo?
    "Zac, zac": cadevano i sarmenti recisi dai tralci
che dentro pregnavano le gemme nuove;
gemeva il porco obeso nel declinante autunno.
    E nell'autunno entro la cantina
fermentava il mosto;
e nell'inverno la cantina riceveva,
per la stagionatura e per la conservazione,
le carni insaporite
del maiale grasso.



Vicolo del Mulino

Collega Via Giacomo Mellerio con Piazza Cinque Vie.
Nei pressi vi transita - quasi totalmente per via sotterranea - la "Roggia dei Borghesi", che prende le sue acque dal Bogna.

    Odi gatti innamorati
gemere sui tetti con straziante voce.
    La luna di febbraio imbianca il cielo
e fuga le ombre da Piazza Mercato
e le spinge e restringe sotto i portici
a tenere compagnia al silenzio.
    Ma la Roggia dei Borghesi,
giù al vicolo del Mulino,
gorgoglia, ansima e respira
correndo bassa nel negro cunicolo,
fra muri antichi e vecchie cantine.
    Non c'è più il mulino
cui l'acqua della roggia dava moto,
nè più svola per il vicolo la polvere impalpabile
delle farine.
    Vi passavano un tempo, con rumore di zoccoli sul selciato,
che l'asfalto ha ricoperto,
asinelli con la soma della segale da macinare;
e gli assali dei carri cigolavano
entro le bussole delle ruote.
   Ed il mulinaio?
Oh, lui ripeteva le sue scappatelle all'osteria vicina,
invitato da un cliente, accompagnando un cliente,
mentre la ruota girava e la mola macinava.



Comignoli a congresso

Via Monscera. Un'altra via dedicata - e sono parecchie in Domo - alle nostre montagne. L'Alpe Monscera si trova in Valle Bognanco, a mt. 1930 di quota, ai piedi del Pizzo Pioltone e sulla via del Passo Monscera (mt. 2103) che mette in
comunicazione la Valle Bognanco con la Valle Vaira (Svizzera).

    Confabulano i comignoli sopra i tetti delle case.
    Non parlano di cose o di uomini di eccezione,
loro, posti così in alto,
da potere vedere ed ascoltare tutta la città.
    Parlano fra loro di cose minute,
quelle che succedono sotto i modesti tetti
che li sorreggono:
le nozze della figlia del padrone,
il solito ritorno del nottambulo alle ore piccole,
un bambino sbocciato all'alba,
la gattina sorniona che dorme
in grembo al vecchio cane brontolone. .
    Ode i sussurrii dei comignoli il vecchio Monscera
e sorride - sotto la luna -
nella sua serena maestà.



Ritmo architettonico

Le case qui rappresentate danno su Piazza Mercato, quasi all'ingresso di Via Briona. Logge - ve ne sono di graziose - archetti e bifore sono frequenti nella città vecchia.

    Architettura è anche
poesia della geometria:
linee piani spazi e spigolature
fanno rime baciate, alternate o versi liberi
da costrizioni metriche;
spazi vuoti, spazi pieni
fragilità pinnacolari e grondatezze di tetti
gravanti su mensole capricciose
e respiri di archi e di finestre
sono le meditazioni, gli ardimenti
le intime sofferenze
e le liberazioni dello spirito
nel sogno della poesia.
    Cogliere gli aspetti essenziali ed originari
della architettura di una città
è leggere l'anima della gente che la città ha costruito,
così come accade per il poeta:
se ne comprendete la poesia,
vi apparirà nitida la sua anima,
la poesia, come l'architettura,
è specialmente verità.



Architettura spontanea.


    Anche questa, modesta,
che si manifesta
nell'immagine di povere vecchie case
è architettura.
    Lo spirito ha guidato, la mano ha costruito:
hanno lavorato -- spirito e mano -
secondo le prcprie capacità,
condizionati dalle possibilità economiche
del committente l'opera.
    L'intendimento essenziale fu quello
di costruire nidi per gli uomini:
i costruttori non idearono, non innalzarono muri,
non li coprirono di tetti
per ozioso divertimento, così come talora può accadere
ove il denaro scorre con abbondanza
ad irrorare le fondamenta
per una crescita superba dell'edificio.
    Ma pure all'essenziale (una solida dimora per gente comune)
aggiunsero
- nè poteva accadere diversamente -
un tocco espressivo del loro gusto estetico
e congeniale con l'ambiente.
    Già, non poteva accadere diversamente:
perchè portiamo noi stessi nelle nostre opere.
    Anche questa architettura è espressione di verità.



Comignoli al sole

Sotto i comignoli, una panoramica di tetti di beole. Da questa pietra di grande uso nell'Ossola e che si presta così bene ad essere sfogliata in lastre per tetti, marciapiedi e balconi, pare abbia preso il nome il vicino paese di Beura, luogo dalle molte cave di questo usitatissimo materiale.


    Che festa
sui tetti
fanno i comignoli al sole!
    Che movenze di danza
e d'esultanza
hanno - sui tetti -
i comignoli che puntano in alto
per sfiorare, per toccare e stagliarsi
di contro il bel cielo ossolano!
    Gorgheggiano i camini sopra la città
e danzano
in movenze e note d'esultanza.
Che festa - sui tetti -
fanno i comignoli al sole!



Cappella del Crocifisso

È corpo appoggiato alla chiesa Collegiata. Il grande Cristo crocifisso, che la cappelletta (un antico ossario) custodiva originariamente, è ora sopra l'altare maggiore della chiesa ed è stato sostituito da più fragile figura del Martoriato.

L'attuale struttura della Collegiata risale al 1798 ed è rifacimento di chiesa più antica costruita alla fine del 1400. La facciata che vediamo oggi è stata inaugurata nel 1954 ed è opera dell'architetto Giovanni Greppi, essendo parroco Mons. Luigi Pellanda.


    San Cristoforo nerboruto
monta la guardia al suo Signore
fuori della garritta
del Cristo Crocifisso.
    Esile è il corpo del Cristo crocifisso al suo legno.
    Ho visto una donna - esile anch'ella e disadorna -
asciugarsi, furtiva, una lacrima,
la mano appoggiata all'inferiata
della cappella del Cristo Crocifisso:
per pietà di Lui
o per suo nascosto dolore?



La torre

Qui Via Briona è vista dalla sua entrata in città partendo da Via Binda, quella che comunemente chiamiamo pur sempre - per la sua destinazione - via Sempione. La torre, ben visibile, faceva parte del complesso del "palazzo del vescovo", con riferimento ai vescovi conti di Novara, che in Domo godevano di diritti feudali. Negli orti vescovili fu costruita la Collegiata nel 1400: la precedente, che sorgeva dove è ora il Caffè Universo, fu fatta abbattere dagli Sforza, duchi di Milano, per ampliare il castello, punto chiave delle mura che cingevano la città.


    Da Via Binda ti inoltri in Via Briona,
la vecchia strada del Sempione
che partiva dal cuore della città.
    Odore di pane fresco e profumi di vaniglie,
luccichii d'ori ed argenti dalla vetrina dell'orafo,
e poi tanti consecutivi negozi tentatori:
via dei Mercanti.
    Ma se alzi lo sguardo all'alto di quella torre,
tozza, arcigna e grigia,
che pare nascere dalle case - e tutte le domina -
vedrai apparire
- preoccupato ed ambiguo -
Uguccione vescovo: guarda ed osserva sorgere le mura,
che egli non voleva,
attorno alla città.
    Le volle ed eresse il popolo domese
a sua difesa e per civica dignità.
    Via Briona: passaggio di echi antichi
e di fantasmi riaffioranti,
ed oggi, via dei Mercanti.



Periferia

Dodici sono i quartieri della città ed in periferia abbiamo: Badulerio, Calice, Vagna, Mocogna con Cisore, Monteossolano.

    La vecchia periferia domese,
quella non sorta per esplosione della città,
ma per affettuosa presenza della nostra gente
che ad essa volle stare affettuosamente accosto,
ha il colore agreste di campi e vigne ed orti,
rumori, silenzi e tinte di mondo antico
ed austerità di case patriarcali.
    Ecco, se vuoi, indovini,
dietro quelle finestre,
la stanza della nonna
e quella nuziale del figlio
ove furono generati i piccolini
posti a dormire nelle camerette che danno sulla strada.
    E poi, la "cambretta" ove si ripongono
mele, pere ed uva
ad arricchimento della mensa invernale.
    A piano terra, la grande cucina con il tinello
che diveniva camera ardente
ad ogni dipartita da questo mondo.



Madonna della Neve

È probabile che questa chiesa abbia avuto origine votiva. Le prime memorie di essa sono dell'inizio del 1400. Splendente di colori è il trittico sopra l'altare maggiore, la cui parte centrale è un affresco che fu sollevato con il muro dopo che una ruinosa piena del Bogna l'aveva seriamente danneggiata.

    Nei giorni d'estate,
sulle panchine all'ombra dei platani
riposano i vecchi
che vanno ripensando volti di uomini, echi di voci
e detti e fatti della città
che - nel suo mutare - ora non è più.
    Nei dì dell'estate, al meriggio,
sulle panchine all'ombra dei platani,
casalinghe affocate cercano refrigerio
alle cure della casa.
    Corrono bimbi e volano le rondini
e gridano e stridono.
    Tu spingi la porta della chiesuola:
oh, che festa di colori!
    Di sopra l'altare ti guardano
gli occhi grandi della Madonna col suo Bambino.
    Stanno loro di guardia i Santi
Gervasio e Protasio, i patroni della città.
    Apri la porta ed entra:
il silenzio ti accoglie e ti riposa.



Scorcio sul Monte Calvario

Questo colle, prima che fosse dedicato alla pietà con la costruzione alla sommità di edifici religiosi e delle cappelle della via Crucis, era conosciuto solo come "Colle della Mattarella", che era sede giurisdizionale fortificata, con competenza sull'Ossola superiore. Quanto al colle come "Monte Calvario", le origini possiamo trovarle verso la metà del 1600 con la posa di quattordici croci in legno, divenute poi cappelle ed alla costruzione, alla sommità, della chiesa del Crocifisso e di altri edifici dedicati al culto. L'opera stimolata dalla predicazione dei P.P. Cappuccini fu condotta avanti dalla pietà del popolo sotto la guida del Dott. Matteo Capis (1618-1681). Nel 1824 Antonio Rosmini fondava l'Istituto della Carità e sui Calvario trovava sede la Casa Madre della Fondazione.


    Poca neve su questi tetti
all'inizio della via della croce
che porta al Monte Calvario,
sul colle della Mattarella.
    Poca neve e soffusi candori sul colle
che si allarga alla sua sommità
ad ospitare il complesso e composito insieme
di edifici sacri per storia e devozione.
    E quaggiù, all'inizio,
e lassù, alla meta,
e lungo tutto il cammino
è un susseguirsi di serenità architettoniche
entro il parco naturale
di questa nostra tenue montagna:
una occasione di rilassamento
per chi voglia disintossicarsi
dalla tensione quotidiana.



Chiesa dei Santi Quirico e Giulitta

Edificio romanico che può datarsi attorno al Mille. Buoni affreschi del XIII e XIV secolo. Fu oggetto di impegnata opera di restauro nel corso di questa ultima guerra.

    Questa è l'altra faccia
- opposta e diversa -
del colle della Mattarella.
    Essa è nella luce del sole
dal nascere di lui al suo tramonto;
vigne e frutteti
vanno dalla base del colle alla sua sommità
e si dilatano poi, a macchie,
per la costiera che sta alle basi del Moncucco.
    Fioriscono le case
frammezzo a tanto curato verde:
case ridenti e serene.
    Appartata e severa,
sopra un podio a guardare il piano ossolano,
sta la romanica chiesa di S. Quirico,
la più vetusta, dicono,
delle chiese ossolane.



Controluce

Vagna. Frazione di Domodossola con il nucleo centrale in località Magianigo a mt. 427 sul livello del mare. Fu già comune e contava ben undici frazioni. La chiesa parrocchiale - costruita sulla precedente romanica, come l'attuale campanile - è dedicata a S. Brizio. Serena, armoniosa ed incantevole è la collina di Vagna per coltivi, freschi boschi e ricchezza di panorama.


    Questa casa,
che oggidì è solitaria,
fu un tempo dimora di numerosa famiglia.
    Essa sta sotto la strada
che porta al nucleo centrale di Vagna,
la più ridente delle frazioni domesi.
Il nucleo centrale potrebbe essere denominato
"monumentale"
per quella bella chiesa di S. Brizio
che guarda a monte
volgendo le spalle a valle.
    Lassù, in Vagna,
tutto è chiaro, lindo, pulito
e fra quel popolo è ancora in grande onore
il culto per la buona terra:
ed è sorpresa scoprire
dilatati piani di curati coltivi
sui quali si placano e smorzano
gli scoscendimenti del monte.



Oratorio a Cisore

Da Domodossola si prende la strada per Bognanco e, valicato il Bogna presso Mocogna, con bella strada asfaltata o per mulattiera, fra boschi prima e vigne poi, si sale a Cisore (mt. 500 ca.). Lungo la strada, sopra una sporgenza della montagna, si incontra la chiesa di Sant'Andrea, ben visibile dal piano ossolano e dai paesi della conca domese.


    E povero l'oratorio di Cisore,
povero, disadorno e cadente
come è natura che sia
la chiesetta di un paese che si estingue.
    La domenica mattina
una voce sottile di campanella
chiama la gente:
s'aprono i battenti ai pochi fedeli lassù sopravviventi.
    Ecco: donne e bambini,
qualche adolescente,
un uomo solitario.
Viene su il prete di Mocogna a dire la Messa:
tace la campana, ritorna il gran silenzio.
    Il sole mattutino inonda la valle,
dalla piana della Toce fin su a Bognanco.
    Il vento mormorante scorre fra i tralci
e ne scuote i pampini.



Casa rustica a Mocogna

Mocogna è posta sulla riva sinistra del Bogna, e guarda a Domodossola, che le resta di fronte, e più in basso. Nella località sono ben visibili i resti della torre di segnalazione di Ardignaga. Oltre a Mocogna, scendendo verso Preglia, si incontra Caddo (frazione di Crevoladossola), con i tragici resti, entro il greto del Bogna, della antica chiesa distrutta da un'alluvione, con molte case, nel 1755.


    I rumori della città - bianca -
che si adagia ed allarga poco sotto Mocogna
tra il sassoso greto del Bogna
ed i giuncheti irrigiditi della Toce,
giungono stamattina quassù
ovattati e stenti,
sì che ti pare essere in preda a stordimento.
   È caduta tanta neve stanotte,
farinosa, soffice, lievissima
e si è adagiata a formare candide cornici
sui fili, sui tralci, sulle ringhiere.
    Un lieve filo di vento la disperde
in bianco polverio;
una mano indelicata, che si posi
al gambo d'una vite,
ecco, rompe l'incanto.



La Toce

Questa è una immagine del fiume Toce nel luogo ove esso sfiora le campagne che stanno attorno al rione Badulerio, e cioè presso il ponte della Mizzoccola.
Il fiume Toce, il Toce, la Toce: sono state scritte pagine sul genere - maschile o femminile - del fiume ossolano. Chi lo vuole maschile, lo fa con riferimento all'uso, nella lingua italiana, di considerare di tale genere i nomi dei fiumi (salve le eccezioni) e rifacendosi anche a qualche vecchio documento in cui è indicato come «Toxo"; chi lo pone al femminile, oltre che ad altre antiche carte (Tuxa, Toxa), si affida all'uso comune dialettale: "la Tosa", "la Tòos". -
Da dove ci perviene questo fiume? Dall'alta Val Formazza, dove si incontrano fra loro tre torrenti: primi il Griesbach e l'Hohsandbach, che raccolgono le acque rispettivamente del bacino del Gries e dei ghiacciai Hohsand-Siedel; poi il Roni, che porta a formare la Toce le acque del bacino della Vai Toggia.
Dopo l'incontro la Toce attraversa la piana di Riaie, oltre la quale precipita, formando la mirabile sua cascata con un salto di 143 metri, e cioè da quota 1675 a quota 1532.
Quindi il fiume percorre la restante parte di Val Formazza, la Valle Antigorio ed esce sul piano ossolano fra Crevola e Montecrestese.
Ha vita varia nel suo percorso, con tratti di estrema magra, ove l'industria idroelettrica ne assorbe, incanalandole, gran parte delle acque; e percorsi turgidi, dove le acque vengono restituite al fiume. E ciò si continua fino a Megolo di Pieve Vergonte, ove l'ultimo canale idroelettrico, che ha inizio a Prata di Vogogna, dopo la centrale ributta le sue acque nella Toce.
Il fiume si iniaga nel Verbano, presso Fondotoce.
Nei secoli scorsi era via navigabile dal Lago Maggiore fino a Beura: i na- tanti risalivano la corrente trainati da cavalli camminanti sulla riva e recavano all'Ossola granaglie ed altri generi di cui la valle necessitava; la ridiscendevano carichi di legname e di pregiati sassi (beole e marmi) di cui la valle abbondava, ed ancora abbonda. Era anche un fiume pescoso.



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© Alessandro Giozza
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